Mattia Procopio

D: Come nasce la tua passione per il mondo della recitazione?

R: “La verità è che la recitazione non era nei miei piani. Io sono cresciuto dietro le quinte, non davanti ai riflettori. Da bambino seguivo mio padre ovunque: prima nei suoi spettacoli di cabaret, poi nella compagnia teatrale che ha costruito passo dopo passo. E mentre lo guardavo lavorare, mi innamoravo del teatro da un’altra prospettiva: le scenografie, le luci, l’odore del palco prima che si alzi il sipario. Io sono nato così, come tecnico, come ragazzo che monta, smonta, illumina, osserva. Poi, come accade spesso nelle compagnie, arriva il momento in cui serve qualcuno di nuovo. Qualcuno che entri in scena. E un giorno mio padre mi disse: “Vieni a fare questa particina, così non ti stresso”. Una piccola parte oggi, un’altra domani… e senza quasi rendermene conto, quel mondo che guardavo da lontano ha iniziato a chiamarmi. È nata una passione che non avevo previsto, una scintilla che non pensavo mi appartenesse. Io sono un ragazzo timido, molto diverso da quello che la gente vede sui social. Eppure, quando salgo sul palco o accendo la videocamera, succede qualcosa: è come se una parte di me si aprisse, si trasformasse. Non è il Mattia della quotidianità, ma una versione che trova coraggio proprio lì, sotto le luci che un tempo regolavo da dietro le quinte. Forse è in quella trasformazione che ho capito che la recitazione, alla fine, mi aveva scelto”.

D: C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la recitazione non era più solo un caso, ma la tua strada?

R: “Se devo essere sincero, non credo di averlo capito del tutto nemmeno oggi. Io sono uno che pensa, che ripensa, che si mette in discussione. L’autocritica, per me, è una compagna di viaggio costante. Forse è anche per questo che faccio fatica a dire: “Sì, questa è la mia strada”. Mio padre è sempre stato l’opposto: uno spirito libero, uno che si lancia senza chiedersi dove atterrerà. Io no. Io peso ogni passo, ogni scelta. Eppure, qualcosa è cambiato. L’ho visto negli occhi delle persone, nei loro messaggi, nel modo in cui si affezionano a ciò che faccio. È come se, senza accorgermene, avessi iniziato a camminare in una direzione che non avevo programmato, ma che mi stava scegliendo. E allora ho continuato. Perché finché avrò la voglia, finché sentirò quella fiamma che mi spinge a fare le cose con cura, con rispetto, con passione… io andrò avanti. Forse non so ancora se la recitazione è “la mia strada” in senso assoluto. Ma so che, ogni volta che ci entro dentro, mi sento vivo. E a volte basta questo per continuare a camminare”.

D: In che modo Catanzaro e la Calabria hanno plasmato la tua identità artistica?

R: “Tantissimo. Vuoi o non vuoi, casa mia è sempre uno spettacolo. Basta pensare a mio padre, alla sua famiglia, e anche a quella di mia madre: da ognuno di loro arrivano storie, caratteri, sfumature che mi ispirano ogni giorno. È un patrimonio umano enorme, che mi permette di creare personaggi nuovi e di restare sempre connesso alle mie radici. Ringrazio Dio di essere calabrese, di essere nato in Calabria. È qualcosa di cui vado profondamente fiero”.

D: C’è un ricordo della tua infanzia che oggi riconosci come l’inizio di tutto?

R: “Se penso alla mia infanzia, il ricordo che mi torna sempre in mente sono le recite a scuola. È strano, perché ero timidissimo, uno che cercava sempre di nascondersi. E quando mi guardo oggi mi chiedo davvero: ‘Ma sono io questo? Davvero sto facendo tutto questo?’Il fatto è che non potevo mai passare inosservato: essere il figlio di mio padre significava che, volente o nolente, la gente ti vedeva prima ancora che tu fossi pronto. A Catanzaro il cognome Procopio è quasi una maschera, un personaggio già scritto. E io, invece, non ero ancora pronto a mostrarmi.Forse è proprio questo il ricordo più forte e più strano: da bambino mi nascondevo, oggi salgo sul palco e mi metto in mostra. È una trasformazione enorme, e ogni volta che ci penso mi emoziona”.

D: Oltre ad aver avuto la figura di tuo papà come punto di riferimento hai avuto maestri o figure che ti hanno segnato profondamente?

R: “Grazie a mio padre ho avuto un privilegio che ancora oggi porto nel cuore: poter osservare da vicino Nino Gemelli quando ero solo un bambino. Mio padre è stato suo allievo, e così il mio primo contatto con il teatro è avvenuto proprio nel suo laboratorio. Ero troppo piccolo per frequentarlo davvero, ma quell’atmosfera mi è rimasta addosso. Crescendo, ho avuto la fortuna di incontrare altri maestri che facevano parte della compagnia di mio padre. Tra questi, Stella Surace, alla quale ho voluto dedicare la mia compagnia. E poi Nico Mendolia, e tanti altri protagonisti del teatro catanzarese che, con la loro arte e la loro umanità, mi hanno regalato un bagaglio culturale prezioso, che custodisco con gratitudine”.

D: Qual è stata la difficoltà più grande che hai dovuto superare per arrivare dove sei oggi?

R: “La paura più grande, se così posso chiamarla, è stata convincere le persone che mi seguivano sui social a venire davvero a teatro. Non è affatto scontato: una cosa è guardare un video sul telefono, un’altra è decidere di pagare un biglietto, sedersi su una poltrona e restare lì due ore ad ascoltarti. Quella, per me, è stata la sfida più grande. Eppure è una scommessa che, con tanta paura ma anche con tanta determinazione, alla fine ho vinto. Insieme alla mia compagnia sono riuscito a portare a teatro persone che non c’erano mai state: giovani, bambini, adulti che non sapevano nemmeno cosa fosse davvero il teatro. Vederli lì, presenti, curiosi, emozionati… è stata la mia vittoria più bella. Io credo che si debba andare a vedere di tutto, quando se ne ha la possibilità. Non possiamo restare fermi su un solo tipo di spettacolo: bisogna aprirsi, guardare altro, capire dove migliorare, dove migliorano gli altri, cosa possiamo imparare. Solo così si cresce davvero.
E solo così possiamo continuare a dare valore alla cultura, al teatro, alla danza, all’arte in ogni sua forma”.

D: Come scegli i personaggi da interpretare?

R: “Diciamo che quando prendo in mano un copione, per me è come aprire una finestra: già riesco a immaginare chi potrebbe dare vita a quel personaggio. Ho la fortuna di lavorare con persone della mia stessa età, quasi coetanei, e forse anche più folli di me. Questo mi permette di avere una compagnia ricca, viva, piena di energie diverse. Quando leggiamo un testo insieme, io so già a chi affidare ogni parte. È come se i personaggi scegliessero da soli la loro voce, il loro volto. Vedere i miei compagni trasformarsi, entrare nei ruoli, dare anima e corpo a ciò che abbiamo tra le mani… è una delle magie più belle del teatro”.

D: Come nascono i tuoi personaggi?

R: “Nascono così, dal nulla, come un soffio che arriva all’improvviso. La prima telefonata che ho fatto a Ginella è uscita spontaneamente, senza nulla di preparato. Poi ho visto che le persone reagivano, interagivano, si riconoscevano… e allora ho continuato. In realtà tutto nasce da un’abitudine che porto dentro da quando ero piccolo: ascoltavo le telefonate di mia mamma con mia nonna o con le sue sorelle. C’era una musicalità, un ritmo, un modo di parlare che mi è rimasto addosso. È come se quella melodia familiare fosse diventata parte di me, e oggi mi viene naturale riprodurla. Spesso la gente mi ferma e mi dice: “Ma tu lo sai che quando ti sento parlare sembra di ascoltare mia mamma, mia zia, mia nonna?”. E io credo che sia proprio questo il punto: è una cosa che ci accomuna tutti, soprattutto qui in Calabria e in generale al Sud. Chi vive fuori e chiama la mamma o la sorella dal Nord mi dice che ritrova esattamente quella stessa parlata”.

D: Preferisci teatro cinema o televisione?

R: “Il teatro, per me, resta il primo amore.Certo, se un giorno arrivasse la possibilità di fare cinema o televisione con continuità, alzerei le mani e direi di sì senza pensarci troppo. Ma il teatro… il teatro dà un brivido che nessun set può restituire. A teatro noti tutto: l’espressione dell’attore, il respiro di chi sta in regia, la tensione di chi è alle luci, la paura di sbagliare e la prontezza nel rialzarsi subito. È un mondo vivo, pulsante, dove ogni secondo è irripetibile. Ed è proprio questo che mi appassiona di più: quella fragilità, quella verità, quel contatto diretto con il pubblico che nessuna telecamera potrà mai catturare allo stesso modo”.

D: Essere un attore del Sud è un limite, una forza o entrambi le cose?

R: “Per quanto mi riguarda, essere del Sud non è mai stato un limite, anzi, è una forza.Il limite, semmai, ce lo siamo costruiti da soli nel corso dei secoli: siamo noi che, a volte, ci convinciamo di valere meno, di poter fare meno, di doverci accontentare. Ma non è così. Non dobbiamo dare la colpa a nessuno: né al luogo, né alle circostanze, né al lavoro che facciamo. Siamo noi, con la nostra mentalità, che spesso ci mettiamo i paletti. Io non credo affatto che essere un ragazzo del Sud significhi partire svantaggiati. Basta guardare la realtà: medici straordinari del Sud che lavorano a Boston, imprenditori che guidano aziende importanti a Milano, professionisti che brillano ovunque nel mondo”.

D: Ti senti un rappresentante della tua terra?

R: “Sì, assolutamente: mi sento un rappresentante della mia terra. Mi piacerebbe davvero poter lottare per la Calabria, per i miei conterranei, e fare qualcosa di bello che permetta di parlare di noi, del Sud, con orgoglio e con amore. Vorrei contribuire, nel mio piccolo, a far conoscere la nostra cultura, la nostra forza, la nostra identità. Questa terra merita di essere raccontata, e io spero di poterlo fare sempre meglio”.

D: C’è stato, c’è un film o un attore che guardandolo ti ha fatto capire voglio fare questa vita?

R: “Mi ispiro tantissimo a Vincenzo Salemme, il mio vero punto di riferimento. È grazie ai suoi lavori che mi sono avvicinato a questo mestiere: porta il teatro in televisione con la stessa naturalezza con cui un tempo lo faceva Eduardo, e questo per me è magia pura. Ammmiro anche il fatto che creda nei giovani: nella sua compagnia ci sono tanti ragazzi e ragazze a cui dà spazio e fiducia. È questo che mi colpisce di lui e che cerco di portare nel mio percorso artistico”.

D: Come vivi il rapporto con il pubblico e con i social?

R: “Con i social va bene: a volte arrivano commenti poco piacevoli, ma finché restano nei limiti li accetto. So che non si può piacere a tutti e cerco di restare con i piedi per terra.
Quando però incontro qualcuno che mi riconosce divento timido, mi emoziono, mi faccio rosso. Nella vita sono un ragazzo semplice e abitudinario: stessi posti, stessa routine. Sui social esce una versione più estroversa di me, ma il Mattia vero resta quello tranquillo e riservato di sempre”.

D: Come nasce la tua parte nella voce di Cupido?

R: “È nata tutto da un semplice casting. Ho letto sul sito della Film Commission Calabria che c’era questa opportunità, ho inviato i documenti e poco dopo mi hanno assegnato una parte da interpretare. Ho registrato un self tape, un video in cui recitavo quel ruolo, e ho avuto la fortuna di essere scelto. A volte pensiamo che certe cose accadano solo “ai figli di”, o che siano giri chiusi. In realtà, spesso basta informarsi, leggere, provarci. Poi, certo, serve anche un pizzico di fortuna: senza quella, forse, tutto ciò non sarebbe successo. Ma bisogna fare il primo passo, sempre”.

D: Quali sono state le tue emozioni nel recitare nel film?

R: “Sono stato davvero fortunato. Era la mia prima esperienza cinematografica come attore, anche se in passato avevo già lavorato come tecnico. Questa volta, però, è stato diverso, ho trovato un gruppo di professionisti straordinari che mi hanno fatto sentire subito a mio agio. Chiara Francini, Giorgio Marchesi, Michele Rossiello… e poi anche due miei conterranei, Alessio Praticò e Roberto Scorza. Mi hanno accolto come se fossi uno di loro da sempre, e questo per me ha significato tantissimo. Condividere il set, le giornate, perfino la pausa pranzo con persone che sei abituato a vedere solo in televisione è un’emozione che non capita tutti i giorni. È un ricordo che porterò sempre con me”.

D: C’è un sogno professionale che non hai ancora realizzato e che vorresti realizzare?

R: “Il mio sogno più grande è salire sul palco insieme a mio padre. Io e lui, uno accanto all’altro, a condividere lo stesso spettacolo. Lo stiamo già programmando, e per me non è un sogno irrealizzabile: è un desiderio che spero di realizzare il prima possibile”.

D: Dove ti immagini tra qualche anno artisticamente parlando?

R: “Sicuramente mi immagino ancora nella mia amata Calabria, magari sempre a teatro, a creare e portare in scena nuove storie. Uno dei miei sogni è riuscire ad avvicinare più giovani possibile a questo mondo. Non ti nascondo che, pur essendo un ragazzo degli anni ’90, faccio fatica anch’io a convincere i miei amici ad andare a teatro, e questo mi dispiace. La mia generazione è cresciuta con tutto a portata di mano: tecnologia, novità, locali… e forse per questo il teatro sembra qualcosa di “lento”, lontano. Eppure i teatri in Calabria funzionano, ma spesso vedi soprattutto persone adulte, gli abbonati storici, quelli con i capelli bianchi in prima fila. Sarebbe bello vedere più giovani lì in mezzo, senza però perdere chi il teatro lo ama da sempre. Il mio desiderio è proprio questo: continuare a fare teatro e riuscire, piano piano, a riempirlo anche di nuove generazioni”.

D: Qual è la Cosa ti emoziona ancora oggi come il primo giorno?paura che ti ha fatto crescere di più?

R: “Mi emoziona il fatto che, continuiamo a fare repliche, ed ognuna è come la prima: sento sempre quell’adrenalina, quella piccola ansia che mi ricorda quanto ci tengo. Mi emoziona ancora di più sapere che in platea c’è qualcuno a cui voglio bene, un cugino, un parente, una persona con cui c’è una stima profonda e reciproca. È questo che mi tocca il cuore ogni volta, e che rende tutto ancora più speciale”.

D: Se potessi parlare a Mattia di 10 anni fa cosa gli diresti anche se sei giovanissimo?

R: “A Mattia di 10 anni fà, direi che a causa della timidezza si è perso tante occasioni e tante emozioni che oggi riconosco come preziose. Col senno di poi capisco quanto avrei potuto imparare, quanto avrei potuto vivere”.

D: Al Mattia del futuro?

R: “Del futuro non lo so, però una cosa l’ho capita: lavorando sodo, con pazienza, aspettando i momenti giusti, alla fine le cose arrivano. Noi ragazzi del Sud, spesso, abbiamo quella fretta addosso… quella paura che ‘passa u santu e passa tuttu’, come se ogni occasione fosse l’ultimo treno. non ti nascondo che anch’io, tante volte, ho fatto, e continuo a fare queste sciocchezze: accelerare, forzare, voler tutto subito. E così, a volte, mi sono perso emozioni e opportunità che avrei potuto vivere meglio. Però poi succede che, proprio quando non ci credi più, continui a lavorare, a insistere, e qualcosa si muove. Non è semplice passare dall’essere un componente della compagnia al doverla guidare, gestire persone che fino a ieri erano compagni di viaggio. È un po’ come un calciatore che smette di giocare e diventa allenatore: deve prendere decisioni difficili, pensare al bene della squadra, cambiare prospettiva. Io mi sento fortunato ad avere mio padre accanto. Con lui andrei davvero in capo al mondo. Mi fa arrabbiare, certo, ma è una presenza che mi sostiene, mi orienta e mi ricorda chi sono.”

D: Tuo padre ti ha dato consigli e secondo te cosa prova nel vederti?

R: “Sicuramente è emozionato e orgoglioso. Come succede in tanti rapporti tra padre e figlio, spesso non ci diciamo davvero quello che proviamo. Restano cose sospese, date per scontate.Ma ricordo perfettamente che, dopo la prima, dopo il debutto, si è avvicinato e mi ha detto: ‘Sono fiero di te, figlio mio’, con gli occhi lucidi.Quel momento me lo porto dentro con un affetto enorme. È uno di quei ricordi che ti scaldano il cuore ogni volta che ci ripensi.”

D: Quale messaggio vorresti rivolgere ai giovani che oggi si sentono spesso dire di non avere la forza o il coraggio di inseguire i propri sogni?

R: “Ai giovani, ai miei amici giovani, dico questo: non abbandonatevi mai all’idea del fallimento. Le sconfitte ipotetiche non vi sono, esistono solo strade che richiedono più coraggio. Continuate a coltivare un sogno, una passione, una professione. Noi ragazzi del Sud abbiamo quella forza in più, quella ‘cazzimma’, come dicono i napoletani, che nasce dal dover lottare per ogni cosa. Non abbiamo tutto a portata di mano, non abbiamo la facilità di chi vive in città dove ogni scelta è possibile. Eppure, proprio per questo, siamo più tosti, più resistenti, più veri. Perciò dico ai ragazzi calabresi, ai ragazzi del Sud: non mollate. Apritevi anche a mondi che magari non avete mai considerato. Uno può avvicinarsi al teatro per caso, senza averlo mai considerato, e scoprire un posto che lo fa stare bene, dove può trovare un amore, un lavoro, una famiglia artistica. E poi, permettetemi di dirlo: tutto parte dai bambini, per questo parlo anche ai genitori, portate i vostri figli a teatro. Abituateli alla bellezza, alla cultura, alla curiosità. Un bambino che cresce entrando in un teatro, in un cinema, in una mostra, domani ci tornerà da solo, con naturalezza. Non serve forzarli: saranno loro a chiedervelo”.

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