Come già manifestato nel messaggio di fine anno, Mattarella ha richiamato la necessità di custodire i valori fondativi della nostra convivenza civile, invitandoci a riflettere sul fatto che ciò che abbiamo conquistato deve essere la premessa per guardare al futuro ed affrontare le sfide del nostro tempo, con quella capacità di interpretare le esigenze generali dei cittadini. Ha saputo richiamare come le vecchie e le nuove povertà, le diseguaglianze, le ingiustizie, i comportamenti che colpiscono negativamente il bene collettivo – come la corruzione, l’infedeltà fiscale, i reati ambientali – siano effettivamente criticità che incidono e compromettono la coesione sociale, intesa quale bene prezioso della società. Ebbene sì, trattasi di un bene per cui siamo tutti invitati ad impegnarci, ognuno nel proprio ambito secondo il suo livello di responsabilità.

Certamente noi avvocati siamo pronti ad impegnarci nel campo della giustizia, della tutela dei diritti umani e in ogni altro ambito collettivo. Con spirito collaborativo e costruttivo siamo sicuri di volerci impegnare nella ricerca di soluzioni per affrontare i problemi attuali. Assistiamo a una velocità delle riforme della giustizia civile e penale, indispensabili per le nuove sfide e ispirate al rispetto dei valori fondamentali della persona. I diritti fondamentali non sono negoziabili, né possono essere trattati come se fossero delle merci, ma sono determinanti per la crescita della persona.

La giustizia deve essere più efficiente, più moderna, volta ad accettare i nuovi cambiamenti. Deve essere fedele ai principi che la fondano, contenuti nella Carta Costituzionale – scritta dall’Assemblea costituente (di cui quasi la metà dei componenti erano avvocati: 213 su 556) – e nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Pertanto i diritti fondamentali non possono essere vanificati e calpestati.

Assistiamo, negli ultimi tempi, all’abrogazione della trattazione in presenza nel processo civile, ma anche in quello penale in grado di appello: ciò ha ridotto gli spazi della difesa e compresso il contraddittorio, laddove il processo appare un mero adempimento burocratico. Gli avvocati avvertono sensibilmente la necessità di tornare a celebrare un processo che si svolga alla presenza delle parti processuali.

A questo punto il Presidente della Corte di Cassazione dovrebbe supportare la richiesta dell’Avvocatura di una modifica normativa volta a rendere l’udienza pubblica la regola e non l’eccezione, per ridare centralità al processo innanzi alla Corte Suprema. È evidente che discutere un processo personalmente davanti alla Corte Suprema sia estremamente importante. Va rivalutata la figura dell’avvocato, che non è un mero operatore tecnico. La nostra funzione non può essere svilita, come invece hanno fatto le ultime riforme: mi riferisco alle criticità della riforma Cartabia.

Gli avvocati, uniti al XXXVI Congresso Nazionale Forense, svoltosi lo scorso ottobre 2025 a Torino, hanno approvato la richiesta di abrogazione, terminato il periodo di attuazione del PNRR, di tutte le norme che hanno abolito il dibattimento in presenza come luogo e contesto giuridico di svolgimento del processo. Si torna così ad onorare la difesa tecnica quale diritto inviolabile. La riforma deve essere costruita con il contributo dell’Avvocatura, che non va solo ascoltata ma realmente coinvolta per affrontare le problematiche emerse.

Occorre anche ringraziare il Ministro della Giustizia per la considerazione che ha più volte dimostrato nei confronti dell’Avvocatura, anche inserendo nell’Ufficio Legislativo del Ministero componenti designati dal Consiglio Nazionale Forense.

È indubbio che, in questo quadro, si inserisca il tema dell’intelligenza artificiale, che sta trasformando il modo in cui lavoriamo, comunichiamo e decidiamo il futuro. L’IA può offrire strumenti decisivi anche alla giustizia: può accelerare la ricerca, migliorare l’organizzazione, supportare l’analisi dei dati. Tuttavia non può sostituire l’intelligenza umana. La decisione giudiziaria è un atto di responsabilità che non può essere delegato ad un algoritmo, né essere il frutto di un calcolo statistico. Il diritto non è una scienza esatta: è un equilibrio tra norme e valori, tra regole e giustizia, tra legalità e umanità. Sotto un certo profilo, il processo è il contesto ove la persona incontra lo Stato.

Gli avvocati non temono la tecnologia, ma non accettano che possa diventare un surrogato della coscienza, con la possibilità, infelice di sostituirsi e/o soppiantare il cervello umano . 
Tra i tanti temi affrontati c’è un fatto vero che tocca il cuore della funzione difensiva e della missione costituzionale dell’Avvocatura e riguarda la tutela dei meno abbienti, dei meno fortunati, degli ultimi.
Facendo un focus possiamo ricordare che la nostra Repubblica si fonda sul principio di eguaglianza sostanziale, di cui all’art. 3 Cost., che impone alle istituzioni di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Tra gli strumenti di rimozione vi è il patrocinio a spese dello Stato, che rappresenta un presidio di civiltà giuridica.Gli Avvocati che vengono pagati dallo Stato con anni di ritardo e che, per tale motivo, a loro volta, accumulano ritardi nel pagamento delle imposte.


La legge di bilancio, modificando il Testo Unico Riscossione, ha previsto il blocco dei pagamenti per i professionisti che hanno debiti con l’erario. Non si tratta di evasori, ma di colleghi e colleghe che hanno difeso cittadini ammessi al patrocinio a spese dello Stato o alla difesa di ufficio, tra cui donne vittime di violenza prive di reddito e minori non accompagnati. Oppure avvocati che hanno svolto da lungo tempo il patrocinio senza ricevere il compenso loro spettante e, quindi, non hanno potuto pagare le tasse sulle somme che non hanno ricevuto. La disposizione introdotta con la legge di bilancio è incostituzionale, in quanto sperequativa nei confronti di tutti gli altri lavoratori, ai quali correttamente la retribuzione viene corrisposta anche nei casi di inadempienze nel pagamento.Tra le questioni altro tema che non posso non richiamare è quello che riguarda la sicurezza sul lavoro, che rappresenta una delle più dolorose emergenze del nostro Paese. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta. Ogni incidente evitabile è un fallimento delle istituzioni, delle imprese, della società civile.


Infatti la giustizia deve essere strumento di prevenzione, non solo di repressione. Servono controlli più efficaci, responsabilità più chiare, una cultura della sicurezza che non sia percepita come un costo, ma come un valore irrinunciabile e come un investimento sociale. 
Altro tema è la questione delle carceri. Il sovraffollamento, le condizioni strutturali inadeguate, la carenza di personale, l’insufficienza dei programmi rieducativi sono problemi che non possono più essere rinviati.
Sta di fatto chi ha violato la legge deve espiare la pena venendo privato della libertà; ma non può essere privato anche della dignità.
Il Consiglio Nazionale Forense anche quest’anno si è recato nelle carceri italiane.
Per quanto attiene alla collaborazione con il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, si riscontra un aiuto fattivo nelle carceri femminili di Rebibbia, di Lucca, di Regina Coeli della fornitura dei ventilatori, per alleviare i disagi vissuti nella estate precedente con un caldo estivo segnato da temperature altissime . Tale gesto è stato un granello di sabbia nell’immenso deserto della situazione carceraria. Nel riepilogare l’entità degli 80 suicidi nel 2025 e un numero ignoto di tentati suicidi, e non solo tra i detenuti, sono numeri che non si possono ignorare anzi fanno riflettere! 
Le riforme puntano a  ridurre al minimo la carcerazione preventiva. Si tratta di ripensare all’edilizia giudiziaria, che non significa costruire nuove carceri, ma rendere meno disumane quelle esistenti, allargare le misure alternative e quelle sostitutive, realizzare percorsi di recupero nelle varie comunità esistenti . 
Si assiste ad un mondo attraversato da tensioni che mettono a dura prova il diritto internazionale e la stessa funzione difensiva concreta. 


Anche qui l’avvocatura non si è sottratta e non si sottrarrà dal tutelare gli avvocati che subiscono gravissime conseguenze e ripercussioni per il solo  fatto di esercitare la loro professione in difesa dei diritti umani.
In questo scenario complesso, l’Italia non può sottrarsi al compito di difendere con fermezza il diritto internazionale, la diplomazia, il multilateralismo e la soluzione pacifica delle controversie. La pace non è solo un obiettivo politico: è un valore giuridico, un dovere morale, un impegno quotidiano da parte di tutti noi. 
Oggi l’anno  giudiziario che inauguriamo sarà impegnativo e diverso dai precedenti. Come ha detto il Presidente del C.N.F. “ Noi avvocati abbiamo la voglia, la forza, la competenza e la responsabilità per affrontarlo. Difendere i diritti, proteggere la dignità, garantire l’uguaglianza è la nostra missione; continueremo a svolgerla con determinazione, con passione e con il profondo senso etico che ha sempre contraddistinto gli avvocati italiani”.


Evviva la giustizia e la voglia di costruire un futuro migliore per tutti a tutti i livelli sociali ed istituzionali. 

Avv.Patrizia Valeri  – Patrocinante in Cassazione – Giurisdizioni Superiori

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