Alla scoperta di Francesco Serafini, l’attore che fonde tecnica cinematografica e passione musicale in un percorso artistico unico e rigoroso
Francesco Serafini è un giovane attore cresciuto a stretto contatto con il mondo del cinema, grazie a una famiglia già inserita nel settore. Questa familiarità precoce con il set si è trasformata nel tempo in una scelta consapevole e strutturata, sostenuta da un percorso accademico solido e da una formazione che attraversa teatro, cinema e musica. Dall’intensità di Amleto allo studio delle tecniche di Stanislavskij e Strasberg, fino alla musica come spazio espressivo parallelo, il suo è un percorso che unisce disciplina, ricerca e identità artistica.
Francesco, qual è stato il tuo percorso formativo nell’ambito della recitazione?
«Ho frequentato per due anni un’accademia di recitazione professionale, dove mi sono formato come attore. Ho studiato in modo approfondito le tecniche di Stanislavskij e Strasberg, che mi hanno permesso di lavorare sulla profondità sensoriale e sull’aderenza emotiva al personaggio, aiutandomi a trovare una dimensione autentica e coerente in scena».

Oltre alla recitazione, hai seguito altri percorsi artistici?
«Sì, ho studiato canto per tre anni. Mi sono esibito all’interno di un coro, dove ricoprivo il ruolo di solista maschile. La musica per me è una parte fondamentale dell’espressione artistica».
Come valuti l’importanza della formazione continua per un attore?
«La formazione continua è imprescindibile. Recitare non è una semplice competenza, ma un mestiere che evolve insieme alla persona: al corpo, alla voce, alla sensibilità e al contesto artistico. Studiare significa lavorare su sé stessi, sulle emozioni, sull’ascolto e sull’immaginazione. Questo rende l’attore più profondo e autentico, non solo sul palco o davanti alla camera, ma anche come individuo. La formazione non serve a correggere difetti, ma a nutrire il talento e a non smettere mai di crescere, artisticamente e umanamente».
Ci sono insegnanti o mentori che hanno influenzato il tuo modo di recitare?
«Sì, in particolare un insegnante che si occupava della parte teatrale della recitazione. Pur essendo molto diversa da quella cinematografica, ho sempre trovato i suoi insegnamenti estremamente efficaci e applicabili in qualsiasi contesto. Il suo metodo, anche ironico e leggero, mi ha permesso di apprendere in modo profondo. È una figura molto conosciuta come attore, regista teatrale e sceneggiatore».
Qual è stato il ruolo più significativo che hai interpretato finora?
«Senza dubbio Amleto. È stato il ruolo più complesso e impegnativo: un testo straordinario, ma anche estremamente doloroso e stratificato dal punto di vista emotivo».
Hai esperienza in diversi ambiti della recitazione. Quale senti più tuo?
«Il cinema è sicuramente la mia più grande passione. Sono cresciuto in questo ambiente e, fin da giovanissimo, ho conosciuto e amato la magia del set cinematografico. Detto questo, considero il teatro un passaggio fondamentale nella formazione di qualsiasi attore».

Come ti approcci a un nuovo ruolo? Qual è il tuo metodo di preparazione?
«Un nuovo ruolo è sempre una sfida e parte dalla consapevolezza che il personaggio non va mai giudicato. È necessario comprenderne il pensiero, il vissuto, il modo di percepire il mondo. Solo così si può risultare autentici. La preparazione del personaggio passa da uno studio quasi maniacale del testo, fino a conoscerlo talmente bene da potervi lavorare liberamente, aggiungendo obiettivi, pensieri, motivazioni e sentimenti. Prima di andare in scena o davanti alla camera, invece, il mio spazio è il silenzio e la riflessione».
Raccontaci una difficoltà che hai incontrato e come l’hai superata.
«Una delle difficoltà maggiori è stata affrontare, durante la formazione in accademia, una scena particolarmente complessa: interpretavo un uomo che confessava alla moglie la propria omosessualità. Era una scena che avevo scelto consapevolmente, proprio perché sapevo che mi avrebbe messo in difficoltà. Attraverso studio, pratica e lavoro su me stesso sono riuscito ad affrontarla e superarla».
Chi sono i tuoi modelli artistici?
«Gigi Proietti è stato una grande fonte di ispirazione per la sua capacità di incarnare le contraddizioni e i paradossi dell’essere umano. A livello internazionale, considero Evan Peters uno degli attori più interessanti e completi della sua generazione».
Che tipo di personaggi ti piacerebbe interpretare in futuro?
«Non mi pongo limiti. Ogni personaggio ha una storia, delle paure, delle fragilità. Credo che ogni ruolo possa arricchire l’attore, quindi mi piacerebbe esplorare ogni tipo di personaggio».
Dove ti vedi tra cinque anni come attore?
«Mi vedo come un attore più consapevole, solido e riconoscibile, non solo per i ruoli interpretati ma per il modo di lavorare. Il mio obiettivo non è semplicemente lavorare di più, ma lavorare meglio, scegliendo progetti che abbiano senso per la mia crescita artistica. Vorrei essere coinvolto in produzioni teatrali o audiovisive di qualità e affrontare ruoli complessi, diventando un attore che ispira fiducia senza perdere autenticità».

Quali competenze vorresti sviluppare ulteriormente?
«La musica resterà sempre centrale nella mia vita. Continuo a studiare canto e pianoforte, uno strumento che sento profondamente mio. Un obiettivo a lungo termine è incidere un disco con brani scritti e arrangiati da me».
Cosa ritieni fondamentale per la crescita artistica?
«Il confronto con il pubblico. Avere qualcuno che guarda il tuo lavoro e lo giudica è essenziale per crescere. Ogni critica, se ascoltata, può diventare costruttiva».
Come immagini il tuo percorso ideale nel mondo dello spettacolo?
«Preferisco non immaginare un percorso ideale o rigidamente definito. Pensare troppo a un traguardo può essere tanto costruttivo quanto limitante. Il mio obiettivo è restare aperto alle opportunità che il percorso stesso offrirà».
Un percorso ancora in evoluzione, costruito sulla formazione, sull’ascolto e su una ricerca costante di verità scenica. Francesco Serafini guarda al futuro senza scorciatoie, scegliendo la complessità del mestiere e la qualità dei progetti come unica direzione possibile. Un attore che non cerca definizioni immediate, ma il tempo necessario per diventare riconoscibile attraverso il lavoro.
A cura della redazione