Il passaggio dal reportage sul campo alla conduzione televisiva in studio rappresenta una delle sfide più complesse nella carriera di un giornalista.
In questa intervista, Antonino Monteleone si racconta a tutto tondo, offrendo una riflessione profonda e senza filtri sullo stato dell’informazione contemporanea.
Dalle differenze strutturali tra l’inchiesta investigativa e il racconto giudiziario televisivo, fino all’analisi dei rischi legati agli algoritmi dei social media e alla polarizzazione del dibattito pubblico, Monteleone analizza il ruolo cruciale dei legacy media nella tutela della democrazia. Spazio anche ai retroscena della televisione odierna, tra la gestione dei talk show, l’importanza di un linguaggio accessibile e inclusivo e le novità che caratterizzano il suo percorso alla guida di Filorosso.
Antonino quali sono state le sfide più grandi nel cambiare registro comunicativo in seguito al passaggio dal format di inchiesta sul campo alla conduzione di un talk show in studio, come Filorosso?
Diciamo che la cosa più importante che tu sei chiamato a fare come conduttore è che dall’offrire il tuo punto di vista mentre sei sul campo, in studio diventi il moderatore di più punti di vista, quindi il conduttore rispetto all’inviato alcune volte è obbligato a stare qualche passo indietro quando lo richiede il contesto e alcune volte dei passi avanti per favorire la discussione. Questa è la parte più difficile.
Che ricordi hai di quando lavoravi a Piazza pulita?
Devo dire però che quando facevo l’inviato per il talk di Corrado Formigli ho avuto l’opportunità di imparare tantissimo perchè mi portava in studio quasi tutte le settimane, per cui non ero completamente estranio alle dinamiche e ai meccanismi dello studio. Poi il motivo per cui ho lasciato il talk per fare Le Iene è che ritenevo dovessi investire un po’ di più su filmati più lunghi, su delle inchieste più lunghe, è una cosa che oggi il talk show non consente più.
Oggi la media dei servizi dentro il talk show si è abbassata da sei minuti a due minuti, per cui c’è stato anche questo tipo di transizione che non è una transizione facile. Io sono affezionato ai filmati, penso che sia una cosa anche che il pubblico riferisce meglio di più, però c’è anche da dire che un filmato da talk deve essere un filmato che non è mai conclusivo, che è un filmato che finito di vedere accende la discussione in studio, quindi il filmato per il talk è un filmato diciamo volgarmente, volutamente incompleto, volutamente sospeso, e invece l’inchiesta che fai per le Iene ad esempio, cerca di provare a rispondere a tutte le domande a cui ti puoi rispondere, e così vorremmo fare nell’edizione autunnale di Filorosso.
Il talk per distinguersi deve offrire allo spettatore anche uno strumento di comprensione della realtà che non sia solo intrattenimento, quindi fondamentalmente qual’è il cardine comunicativo in questo tipo di genere televisivo?
La sfida io penso abbia a che fare con il linguaggio: noi giornalisti dobbiamo cercare di parlare a più persone possibili, perchè invece spesso c’è una tendenza dei giornalisti che fanno la televisione a rifugiarsi in un linguaggio spesso poco accessibile. Io invece credo che bisogna togliersi la puzzetta sotto il naso e fare qualche sforzo in più in maniera tale che si possa essere seguito con la stessa facilità di una persona che è laureato e da chi laureato non è, ma non devi fare sentire stupido, per renderlo partecipe, perché la TV è un media che per sua natura tende a essere più ecumenico,il tuo mestiere è fatto bene se ti capisce quello che la laurea non ha, perché fare capire le cose a chi ha la laurea o a chi è molto scolarizzato è troppo facile, sono bravi tutti, devi fare capire le cose a chi non ha tutti i mezzi e non per colpa sua.
Quanto è di supporto il linguaggio dei new media per un genere come il talk show?
I new media dovevano inizialmente sostituire la televisione, ma alla fine si sono trasformati nella televisione stessa. Se dieci anni fa vedevi soltanto i contenuti delle persone che avevi scelto di seguire, oggi apri un account, non segui nessuno e l’algoritmo inizia a proporti qualcosa. È esattamente lo stesso meccanismo della TV: ti sintonizzi su un canale e ti vengono somministrati dei contenuti. Sotto questo aspetto la televisione ha vinto la sua sfida, dimostrando di non avere nulla da invidiare.
C’è però un tema centrale: il meccanismo di raccomandazione dei social è così personalizzato che ognuno di noi finisce per avere un proprio palinsesto personale. Questo ha un effetto negativo, perché riduce drasticamente la nostra esposizione a idee che contrastano con i nostri pregiudizi.
Per dirla in modo ancora più semplice: ciascuno di noi ha un’idea del mondo e tutti i segnali della realtà circostante vengono interpretati dal cervello come una conferma delle proprie ipotesi di partenza — come dimostrano le più recenti ricerche nel campo delle neuroscienze. A differenza della TV, il problema dell’algoritmo dei social è che ti impedisce di farti mettere in discussione da una realtà che a volte non ti piace, ed è questo il rischio più grande che vedo.
Aggiungo un aspetto di cui si parla troppo poco e di cui dovremmo occuparci proprio noi che facciamo televisione: oggi sui social network, se tratti certi argomenti o usi determinate parole, l’algoritmo decide autonomamente di amplificare o ridurre la portata del tuo messaggio. Su Rai 1, Rai 2 o Rai 3, invece, sia che tu parli di un argomento sia che tu ne affronti un altro, l’intensità del segnale televisivo non viene attenuata né amplificata: raggiungi tutti. È questa la straordinaria forza dei legacy media rispetto ai new media: la loro capacità di raggiungere il pubblico non varia in base all’argomento trattato.
Questo è un tema che riguarda direttamente lo stato di salute della democrazia. Pensiamo di vivere in un sistema democratico in cui ciascuno ha la propria rete personalizzata, ma è proprio così che nascono i “mostri”. E quali sono questi mostri? Sono le dinamiche per cui, non appena esprimi un’opinione contraria al pensiero dominante, vieni demonizzato o attaccato. A me succede tutti i giorni, e mi rendo conto che non accade perché io abbia posizioni particolarmente estreme o un gusto smodato per la polemica, ma perché oggi le persone vivono più di aspettative sulla realtà che di realtà vera e propria. Di conseguenza, ogni volta che metti in discussione quell’aspettativa, la reazione è sproporzionata e, a volte, persino violenta.

Oggi si parla spessissimo di ‘giornalismo d’inchiesta’ in televisione e sui giornali, ma tu hai più volte sottolineato che in Italia c’è un grande equivoco su questo termine. Ci spieghi cosa intendi e qual è la vera differenza tra il tuo lavoro e quello di molti tuoi colleghi?
Io penso che il giornalismo d’inchiesta sia sempre lo stesso, ed è proprio questa la sua forza. Non dobbiamo però cadere nell’equivoco di far passare l’idea che il “giornalismo dell’inchiesta” — ovvero i giornalisti che si limitano a raccontare cosa fa il Pubblico Ministero e a mettere in scena le carte processuali — sia giornalismo investigativo. Non lo è.
Il giornalismo investigativo vero e proprio è un giornalismo che le carte che arrivano dalla Procura e dai Carabinieri le mette in discussione: non se ne fa portavoce acritico. Non funziona che “se me lo dicono i Carabinieri allora è vero, e quindi ve lo raccontiamo”: sono due cose ben diverse.
Spesso c’è l’equivoco per cui la gente considera grandi giornalisti d’inchiesta semplicemente dei professionisti straordinari — e gliene riconosco il valore — che sono arrivati a mettere in scena il lavoro del Pubblico Ministero. Ma è un’altra cosa. E noi cadiamo sistematicamente in questo equivoco. Per esempio, si dice: “Garlasco, giornalismo d’inchiesta”. Ma non c’è stato nessun giornalismo d’inchiesta su Garlasco, tranne che da parte di pochi che hanno preso le carte e si sono chiesti: “È davvero vero quello che c’è scritto qua?”.
Il giornalismo investigativo si consuma le suole delle scarpe, va a sentire le persone direttamente. Invece, il giornalismo dell’inchiesta che si impone dice semplicemente: “C’è scritto qui che è colpevole, e vi spiego perché”. È un lavoro rispettabile, ma è un’altra cosa: il cronista che segue un’inchiesta giudiziaria va distinto dal giornalista che fa una sua inchiesta.
E questo non significa mancare di rispetto alle autorità. È un altro equivoco: non è che se io dico “la sentenza definitiva non mi convince” allora voglio sovvertire l’ordine costituito. Semplicemente esercitiamo la nostra libertà nell’interesse del pubblico. Perché se tutti i poteri non sono sottoposti al vaglio dell’opinione pubblica attraverso la stampa, è la democrazia stessa a essere più povera e meno viva.
Tutto il caso Garlasco è stato analizzato sotto ogni punto di vista, e ormai si fa a gara a chi la spara più grossa. Lo dico perché qualche settimana fa mi sono dovuto sorbire una lezione di giornalismo da parte di altri colleghi per aver sentito un testimone che avevano liquidato come “mitomane”. Io però sono andato a verificare sul campo e ho scoperto che i Carabinieri non hanno mai scritto che fosse un mitomane. Un po’ di pigrizia in meno avrebbe consentito di avere delle informazioni in più. Infatti, questo soggetto proprio in questa settimana viene risentito dai Carabinieri, perché forse qualcosa da dire ce l’ha.
Se io mi fossi fermato a quello che avevano scritto i Carabinieri dicendo “quello che dice non riscontra le carte”, avrei fatto il “giornalista dell’inchiesta”. Io invece voglio fare il giornalista che investiga, che va a vedere se tutto torna. Un po’ come diceva Popper: ogni teoria può essere falsificata, e se una cosa non può essere messa alla prova, forse non è vera.
Il tuo Filorosso per cosa si distingue?
Io non ci vedo qualcosa di profondamente diverso, abbiamo messo insieme una squadra e un’impostazione che rispettasse quello che è avvenuto prima di me e di noi.
Manuela Moreno ha fatto un bel programma, un bellissimo programma l’anno scorso. Semplicemente abbiamo scandito dei momenti diversi e provato ad aggiungere qualche nuova idea, ma senza voler rinunciare a nulla di buono di ciò che era stato fatto prima.
Adesso cerchiamo di fare più interviste e il pubblico sta rispondendo molto bene. Pensa che anche un personaggio come Vannetti ci porta dati eccellenti: abbiamo iniziato al 2% e abbiamo finito al 6%. Quando porti davanti al pubblico di Rai 3 personaggi di grande spessore, al di là della loro collocazione politica, la gente risponde. Allo stesso modo risponde bene a un talk in cui ci sono idee molto distanti tra loro, purché il tavolo non sia troppo affollato.
A parte la parentesi su Garlasco, che è una pagina di cronaca molto lunga, durante i talk sull’attualità non superiamo mai i quattro ospiti. Questo rende tutto più semplice: aiuta noi, che siamo conduttori giovani, a gestire la trasmissione senza ansia, ed evita all’ospite di rimanere insoddisfatto per aver parlato solo due minuti dopo essere rimasto lì mezz’ora.